50° ANNIVERSARIO

Rétromobile 2026, 50° anniversario, giorno uno, atto secondo.
Concluso il primo con l’inaugurazione serale, la manifestazione entra, senza ulteriori cerimonie, nella prima giornata a pieno regime.
L’affluenza è quella di sempre, foltissima sin dall’apertura dei cancelli, con una corsa all’ingresso che appare però più agonistica del solito.
Non ci si infila infatti nei primi padiglioni: si tira dritto attraversando l’intera area fieristica, sgommando sui tapis roulant o facendo a sportellate fuori, tra i cordoli delle aiuole. Notevole l’idea degli organizzatori che, sotto la tettoia del percorso, diffondono rombi di motori tirati a limitatore e sorpassi: la suggestione che ne deriva è quella di trovarsi in uno stupefacente ibrido fra romanticismo meccanico e memorie d’assalto fantozziane.

Girato l’angolo, si comprende il senso del nuovo percorso: stanno demolendo i primi edifici espositivi e l’intera area fieristica è in fase di ristrutturazione. In effetti all’ingresso, a presagire il cambiamento, era sorto un edificio piramidale di vetro e acciaio alto duecento metri, ma solamente ora, vedendolo da dietro mi chiedo: «Quello c’era già?»

Entro quindi nel padiglione 7, scoprendo che la fiera non ha più uno sviluppo orizzontale, ma si eleva su tre livelli di pari misura.
Piantina alla mano, tento di decifrarne i contenuti in chiave dantesca: inferno, purgatorio, paradiso.
Poi distaccato, c’è il limbo, dove si finisce senza sapere bene perché.
Partiamo dal basso:
INFERNO (7.1)

L’atmosfera è diabolica come la si immagina, in realtà più per affollamento e posizione, che per l’offerta degli espositori.
«Colonna di dieci chilometri per svincolo che non riceve», si sente spesso dire in autostrada da Isoradio.
Qui vale più o meno lo stesso principio. Se un tempo il fiume di pubblico aveva una foce a delta, ampia su tutta la fiera dove potersi dissipare, oggi è ridotta a un estuario e l’affollamento ne è la diretta conseguenza. Ad ogni modo, appena entrati, si nota subito una certa novità: il consueto ampio palcoscenico dell’asta interna ha cambiato padrone: fuori Artcurial (vedremo comunque che non se la passa male), dentro Gooding Christie’s.

Apprezzabile la proposta: escluse dal catalogo le entrées che spesso aprono queste aste – memorabilia, accessori, componenti – non manca invece la consueta toy car per baby-millionaire: qui è una Auto Union Type C Grand Prix che, quando il fanciullo scoprirà essere mossa dal solo sforzo fisico sui pedali, verrà data alle fiamme.

A fare da copertina all’evento, invece, unica Talbot Lago T150-C SS teardrop coupé, che anche in un sobrio argento, grazie allo stile flamboyant di Figoni e Falaschi, è un vero magnete per il pubblico.


Subito dietro, quasi a formare la bandiera francese con le loro livree, tre Alfa Romeo 6c incorniciano un altro pezzo déco: la Bugatti Type 57C Atalante del 1938 che, in viola su nero, non finge di trattenere nemmeno un po’ la sua teatralità.

Nel contorno l’assortimento è davvero ben selezionato, include tutti i capisaldi delle aste di alto livello, ma anche pezzi unici di carattere e non convenzionali. Con un certo coraggio, tra le nostre, si distinguono una Fiat Campagnola Paris-Dakar del 1982 con motore Abarth-Lancia037, ed un tris di spiaggine Fiat. Una delle tre sembra un piccolo dehor errante, arredato con mobili in rattan: risponde al nome di Fiat 1100 T2 Spiaggetta Ghia.


Altre anomalie illustri sono la Balliot 3/8 LC Grand Prix due posti e la Bedelia BD2 10CV Tandem Cyclecar, la quale, omen nomen, è una vetturetta che per le quote di passo e carreggiata, somiglia più ad una moto che ad un’auto.


Per quanto invece riguarda le ormai immancabili giovinastre, qui sono ben rappresentate da due Ferrari FXX ed una Monza SP1.
Per rivedere i lotti venduti, invenduti e quotazioni, rimando al link in fondo alla pagina.


Proseguendo sul piano, si svela il primo coup de théâtre dei padroni di casa: «Il treno è sempre bello, il treno è sempre il treno», diceva il Maestro.
Ed ecco svettare, avvolto da una nuvola di umarell, un bolide di 23 metri e 40 tonnellate: l’Autorail Bugatti Présidentiel, una carrozza rapida capace di trasportare il presidente Lebrun a oltre 150 km/h già negli anni Trenta.

L’allestimento è piuttosto minimale ma curato, completato da due imponenti chandelier, o meglio lustres, dell’atelier Mathieu Lustrerie, importante azienda artigianale francese specializzata nella creazione e nel restauro di lampadari artistici.
Una bella valorizzazione storica dell’orgoglio nazionale francese, capace di suscitare riflessioni nel confronto con una certa trascuratezza italiana, forse frutto dell’abitudine ai fasti passati e della sicurezza implicita del loro prestigio.

Tornando al nostro colosso su rotaia, l’area in cui è inserito si chiama Bugatti Autorail & Mechanical Oddities e ad accompagnare il treno ci sono alcuni dei veicoli motorizzati più esotici creati da Ettore Bugatti:
– Type 251 (1956): una monoposto da Formula 1 mai giunta al debutto, con l’insolita soluzione del motore posteriore trasversale a 8 cilindri.
– Bugatti Type 32 “Tank” (1932): una vettura che, nonostante l’aerodinamica a profilo d’ala, ricorda un carro armato, corse senza successo solamente al GP di Francia del suo anno di nascita.
– Bugatti Type 64 coach (1939): apparentemente uno dei “convenzionali” Bugattoni disegnati dal figlio di Ettore, Jean, è un esemplare unico a quattro posti che porta con sé un retroscena.

Venne ideata con due ampie porte ad ali di gabbiano, creando così un unico accesso per entrambe le file di sedili, ma si rivelò una soluzione eccessivamente ardita e fu scartata a causa di difficoltà tecniche.
Tuttavia, sussiste un indizio che lascia pensare come gli schemi di progetto siano stati preservati. La fabbrica Bugatti venne poco dopo occupata dai militari tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. A dirigerla fu l’ingegner Hans Trippel, esperto progettista di mezzi anfibi come la militare Schwimmwagen e, in seguito, la civile e disinvolta Amphicar.
Bene, lo stesso Trippel è il padre del brevetto delle ali di gabbiano della Mercedes Gullwing. Chiuderei quindi il discorso come lo abbiamo aperto, con la citazione di un Maestro: «Questo deve essere il modo che hanno i tedeschi di esprimere il loro senso dell’umorismo», Jeremy Clarkson.
Avanziamo nella traversata degli inferi accompagnati dai grandi classici presenti in fiera.
Ci si può muovere tra gli stand di ricambisti, attrezzisti e qualche imbonitore, solo saltuariamente intervallati da banchi di vini francesi.
Nel mentre, figuranti in costume d’epoca circolano su bicicli ultracentenari, concedendosi soste per chiacchiere e fotografie, e i servizi di ristorazione si animano di vapore per tenere in marcia i pellegrini. Non ce ne sono altri all’esterno, se non all’ingresso, dove però si invalida il biglietto.

Il passo conduce quindi agli immancabili club.
Club specifici per modello, in particolare dei marchi nazionali parcheggiati nelle memorie più remote, che qui è facile trovino spazio. Colpisce come, almeno a prima vista, abbiano tutti piena credibilità, e avendone il tempo, verrebbe da fermarsi a scambiare due parole con ognuno di loro.

Per concludere, prima di ascendere verso l’espiazione al secondo piano, è immancabile un passaggio dal Club dei Teuf-Teuf. Un appuntamento fisso che, grazie alle loro efficienti vetture anteguerra, permette ai visitatori di fare prove dinamiche attorno al padiglione.
Si tratta però di un’annata leggermente diversa per loro: lo stand è come sempre collocato al margine del padiglione in modo da agevolare l’uscita dei veicoli, ma cambiati ora gli spazi espositivi, non si vede più il solito rettilineo.

Le due ali di pubblico in stile rallye, che prima affiancavano le anzianotte durante i picchi di affluenza, oggi non trovano la loro linea, e si perdono in un piazzale leggermente spoglio dove le vetture girano in tondo.
L’area è cinque volte più grande rispetto alla solita metratura, ma l’effetto “giro di giostra” non coinvolge come prima.

Era stato invece memorabile, durante le edizioni precedenti, il passaggio sismico di una replica del carro di Cugnot (1771), alternato quasi surrealmente a quello di un carro armato. Per quest’ultimo, era presente anche quest’anno la delegazione del Musée des Blindés di Saumur, nella Valle della Loira, non deludendo i visitatori che tradizionalmente si aspettano i mezzi corazzati.

Per rivedere i lotti venduti, invenduti e quotazioni, rimando a Gooding Christie’s.
«Il treno è sempre bello, il treno è sempre il treno», diceva il Maestro.
Testo e fotografie di Mirko Yuri Landena by mezzi_mezzi_

