PURGATORIO 7.2
PàPàpaPàpa Pà Pàn…
PaPàpa Pà pan…
All-my-friends-know the low rider…
Metto piede in un ambiente ancora semivuoto, con passo cadenzato e un po’ danzereccio sulle note di Low Rider di WAR, dal film Fuori in 60 secondi
PàPàpaPàpa Pà Pàn…
PaPàpa Pà pan…
The-low-rider-is a little higher yeah
In un salone momentaneamente silenzioso, è l’impianto audio di un food truck a diffondere la musica davanti ad un giardinetto sintetico con posti a sedere ancora spogli.
Girandosi appena, una parata di BMW Art Car risveglia lo sguardo, mentre sullo sfondo, sfila la processione di una cinquantina di anime davanti all’unico guardaroba presente.
PàPàpaPàpa Pà Pàn…
PaPàpa Pà pan

Siamo in un altro giorno. Ieri lasciarsi trasportare dalla corrente non ha affatto pagato. Quindi oggi si riprende, ancora più mattutini, dal padiglione 7.2.
Nelle edizioni precedenti, un passaggio in scala mobile fra i padiglioni regalava dall’alto un certo panorama della fiera: animato come un formicaio con all’interno un luna park.
Più avanti poi, un tunnel di collegamento veniva sfruttato come galleria espositiva, quasi sempre per mostre tematiche.
Forse sono l’unico ad averne nostalgia, ma in questa disposizione piatta su tre livelli, oggi mi mancano.

Tornando alle Art Car, sono letteralmente la copertina dell’evento: la 3.0 CSL Calder appare sulle locandine di Rétromobile 2026, dove la sua livrea si estende sulla carta diventando parte integrante dell’immagine. Inoltre, per promuovere la fiera, nel weekend precedente l’apertura, l’auto ha troneggiato nel patio dell’Hôtel de la Marine, in Place de la Concorde, protetta come una reliquia da una sfera trasparente.
Rientrata al coperto, la CLS si affianca ora ad altre sei sorelle su una lama curva in moquette bianca. Ciascuna allineata sul proprio plateau.

Pur essendo in piano, la disposizione lungo la curva le piega visivamente in una parabola che, sottolineata sul retro da una tenda bianca drappeggiata, ne completa la sospensione scenica e le trasforma in uno dei centri di gravità della mostra.

La serie delle BMW Art Cars nasce, senza precedenti storici noti, da un’intuizione tutta francese: fu il pilota e collezionista Hervé Poulain che, nel 1975, chiese all’amico Calder di trasformare la sua auto da corsa prima della 24 Ore di Le Mans. A seguire arrivarono Frank Stella (1976), Roy Lichtenstein (1977) e Andy Warhol (1979), mentre a Rétromobile sono presenti anche le più recenti opere di Jenny Holzer (1999), Jeff Koons (2010) e Julie Mehretu (2024).

Tutto bello, quindi? Si, ma la programmazione ufficiale BMW dava la Calder nella sfera trasparente fino al giorno 26, dalle 8 a mezzanotte. Andato appositamente l’ultimo pomeriggio, l’auto era già stata rimossa. Danke, Graziella.

Passiamo avanti
Proseguendo, questo è il padiglione delle case madri: BMW, già chiamata all’appello, ha fatto reparto a sé, vediamo ora cosa presentano gli altri e in che modo.
Ciò che salta subito agli occhi è una certa gara a chi ha la candelina più vecchia sulla torta: un inventario di date che fissa i marchi su una linea temporale, creando una mappa mentale, dove la gerarchia è dettata dall’ordine di apparizione nella storia.
Skoda celebra i 125 anni nel Motorsport e lo stand è un po’ sempre lo stesso. Sai, la tradizione…
Per chi lo vede per la prima volta, però, può essere la scoperta di una cronologia inaspettata che sposta le origini del marchio più indietro rispetto a quanto si conosca.
Proseguendo tra queste vetrine, ci si imbatte in un trittico che sembra aver stretto un patto comune: Peugeot, Renault e Volkswagen.
Qui non si omaggia il brand, ma si punta tutto sul culto del singolo modello usandolo come ancoraggio rassicurante per il visitatore: è infatti una schiera di icone a doversi farsi carico di tutta la storia di casa.
Renault presenta la nuova Clio.
Negli anni passati ha avuto spesso gusto per lo spettacolo, portando incursioni estranee all’automobilismo classico (prototipi esotici e bizzarrie), ai quali raccordava il lancio del modello del momento (come la Renault 5 e la Twingo). In questo modo riusciva a mostrare quanto fossero stati coraggiosi in passato, e quanto sapessero ancora esserlo.

Ora invece, non ci sono particolari attrazioni: viene proposta una raccolta completa del singolo modello negli anni, raccontandolo in modo sobrio, pragmatico e un po’ più cauto.
Anche Peugeot fa qualcosa di simile, utilizza un approccio ordinato ma scenografico, sfruttando un allestimento monotematico giocato tutto sul nero e rosso dello stemma GTI. Dalla prima 205 fino all’ultima 208, sviluppa una linea cronologica chiara, attraverso un percorso apertamente leggibile.
Tuttavia, in entrambi i casi, la scelta di schierare l’intera discendenza, dalla genesi all’ultima incarnazione, porta con sé un’ombra di dubbio: accostare modelli idealizzati nella memoria a quelli che invece traducono il presente, non rischierà di far sospirare di nostalgia più che esaltare?
A chiudere il trio, Volkswagen ne esce con il passo più leggero sfruttando i 50 anni della Golf, il mezzo di famiglia con un po’ di pepe, ma rassicurante per natura. Ripercorrere la linea della GTI è un cammino più digeribile, un’evoluzione che non crea troppe fratture tra ciò che era e ciò che è oggi. Liscio.
Da non troppo lontano, mentre i vicini di casa fanno i “curatori museali”, Citroën sembra invece voler riesumare dal passato le sue anime anticonformiste e velatamente snob.
Nessuna auto di produzione è presente: lo spazio è occupato interamente da concept car di ogni epoca, ad esclusione della Traction Avant 15-6 Cabriolet che celebra il suo debutto qui cinquant’anni fa, durante la prima edizione del salone.

Spicca nel gruppo la Karin, che nonostante la colorazione “sabbia del bagnasciuga”, grazie alle sue geometrie, ruba l’occhio ai visitatori. È un tronco di piramide in vetro e acciaio, più vicina, per valenza estetica, alla piramide del Louvre che al nuovo ingresso fiera, se proprio lo dovessi descrivere.
Superato questo impatto iniziale però, l’associazione mentale corretta arriva: è la versione cubista della Citroën SM.

Per me l’ampia fanalata frontale, sommata alla divisione dei volumi sulla fiancata, ne sono una poco contestabile prova.
Aggiungo inoltre un dettaglio degno di nota: questo prototipo, come molti altri di pari valore, è stato realizzato dalla Carrozzeria Coggiola, nella città che in quegli anni era la “Silicon Valley” della prototipazione automobilistica, Torino.

Passando invece al concept più attuale, Elo 2025, Citroën sembra voler sottrarre a Renault, dopo aver preso il suo posto per stile espositivo, anche l’esclusività concettuale del monovolume.
Presenta un credibile interno domestico temporaneo su ruote. La postazione di guida è centrale e panoramica, rotabile di 180 gradi (Espace), mentre il fondo piatto ospita un sistema letto estraibile.

Alla luce di tutto questo, è chiaro come la casa francese sceglie di non dare priorità al prodotto commerciale, privilegiando la visione progettuale. Resta da capire se si tratti di un segnale di forza, o un modo per mascherare una gamma attuale magari meno iconica rispetto un tempo.

Ok, abbiamo un po’ divagato, prima si stava parlando di numeri e di candeline dichiarate sulla torta, torniamo quindi sul tema della longevità:
Honda espone un timido since 1948 di fronte al depuis 1919 del Double Chevron. Opel mostra berline del rallye, ma si comporta da signora a cui l’età non si chiede.
E noi invece? Si, ci siamo anche noi con una certa Alfa Romeo che, tra l’altro, ha un museo capace di fare impallidire quello del Cavallino.
Qui però porta una Duetto, il cui sessantesimo anniversario è appena accennato attraverso una stampa sulla moquette, ed una Tipo 33 Fleron Periscopica che, se non vado errando, è di un cliente privato.
Vabbè dai, vedrai poi negli eventi nazionali cosa ti combinano!
Leggermente fuori da questi schemi, e fra gli stand istituzionali più magnetici del piano, c’è quello di Mazda. Semplice semplice: mette al centro, illuminata come un idolo pagano, e con lo spazio intorno per immortalarla come merita, la 787B vincitrice a Le Mans nel 1991.
La livrea Renown arancio e verde, è di una vividezza quasi sinfonica, mentre intorno, fieri della loro stirpe, gli altri modelli civili motorizzati Wankel le fanno da coro.
Di tanto in tanto, nello stand irrompe un mini evento: l’urlo del quadri-rotore viene diffuso ad alto volume ed avvolge la scena. Ricreato, come l’auto stessa, eppure coinvolgente con la sua forza suggestiva.

L’esemplare originale della 787B è infatti conservato al museo Mazda di Hiroshima; questa è una replica (montata sul telaio 002 di riserva) che brilla con la precisione da manuale di una Hot Wheels a grandezza naturale.
La sua presenza qui non è un caso, e sembra confermare una certa tendenza di questa edizione, ovvero quella per l’attenzione verso gli sport prototipi da endurance.
Nonostante le loro linee praticamente omologhe, dettate dall’efficienza e dai regolamenti, animano le scene esaltate da grafiche distintive o forse proprio grazie a quell’effetto Hot Wheels.
Si potrebbe dire che, questi veicoli da competizione più di altri, custodiscano mito e imprese epiche senza mai allontanarsi troppo dall’idea di vettura reale: non sono viscerali come una WRC, non sono aerospaziali come una F1.
Torniamo ora terreni, anche se occorre continuare a parlare di figure mitologiche e di come Exposition Steve McQueen avrebbe potuto respirare meglio se fosse stata allestita in quel tunnel citato in precedenza.
Se, al piano inferiore, l’area Bugatti riusciva a ritagliarsi la propria teatralità grazie al treno, qui c’è poco da fare. Sarà che per me il soggetto non è generazionale, ma quel recinto, con più moto che auto (tra modelli di uso personale e pezzi presi da film di culto), mi è sembrato più la vetrina di un custom shop che un’expo tematico.
Lato positivo, sono riuscito a cogliere il passaggio nello stand di Makoto Endo, pittore giapponese ospite fisso degli ultimi anni, in una delle sue sessioni di live painting dal pavimento.


Diametralmente opposto, per posizione e contenuti, c’è l’ultimo spazio espositivo istituzionale di quest’anno: L’Age d’Or des Rallyes.
Prende il posto di Formule 1 française, des années 60 à nos jours (2025) come luogo in cui le auto si trasformano in occasione di incontro e condivisione culturale.
Anche questo evento sarebbe stato benissimo nella già citata galleria (si ricorda il sabbioso allestimento Dakariano del 2024), ma questo format, con l’annesso palco per interventi di grandi nomi del rallye (piloti, navigatori, preparatori, fotografi…), lo rende adatto anche a questa parte di fiera.

Vedere sparse queste selvagge (Celica, Stratos, X1/9, Turbo16, Deltone col bullbar), evoca l’atmosfera di una riserva protetta: un safari per chi ha negli occhi le immagini delle Gruppo B e, magari, sente un leggero brivido d’estinzione.
In questo panorama spicca, per nulla mimetica, una Fiat 131: il calabrone che sfida la gravità, con la livrea Alitalia a ricordarci che tutte le auto esposte fanno parte della collezione Fondazione Macaluso. Poi c’è lei, la Punto 188 S1600, il rifugio sicuro e accessibile, custode di sogni meno grandi, ma ugualmente selvatici.
Prima di abbandonare il purgatorio, mi concedo ancora un po’ di peregrinare a vista, per recuperare ciò che potrei aver perso girando cartina alla mano.
Il primo incontro è con la Avions Voisin c22 Sirocco (1930): un’altra monumentale manifestazione dell’art decò applicata all’automobile, forse la più rigorosa e architettonica delle presenti.

Totalmente vestita in nero lucido, rinuncia a cromature e modanature che ne possano addolcire i profili: fari, calandra, ed i vistosi cerchi lenticolari, restano gli unici punti luce.
L’abitacolo appare come un modulo innestato nel centro del telaio: si inserisce nel corpo vettura come fosse una carrozza lussuosa, con un’eco che può ricordare una Ford Model T in chiave hot rod. Un insieme sontuoso ma austero, la cui dissonanza sembra celare intenzioni imprevedibili.
Esattamente di fronte, un Bugatti Veyron cromata rifletteva, capovolta e liquida, l’immagine scura della Avions Voisin.

Lo spazio è stretto ed obbliga i visitatori a disporsi lungo un corridoio naturale, dove le due schiere si confrontano con un vigile gioco di sguardi. Chi fotografa la Veyron, si mette inevitabilmente davanti alla Voisin coprendone la visuale; chi vuole la Voisin ha la situazione opposta.
Si crea così una piccola empasse silenziosa, simile a quegli incroci ambigui dove nessuno capisce chi abbia la precedenza. Nessuna intenzione di intralciare, ma un effetto pratico inevitabile: un passo per l’uno significa un’inquadratura persa per un l’altro: «Allora ragioniere che fa? Scatti? Scatti lei!»
C’è poi tutto attorno a questo piano, una galassia di competenze diffusa nella zona degli artigiani che racconta il restauro come un mestiere collettivo.
Funziona esattamente come in oreficeria: raramente un prezioso è opera di un solo uomo. C’è chi assembla il gioiello, chi incassa le pietre, chi ne incide i dettagli, chi rifinisce.
Anche un’officina difficilmente è un apparato autosufficiente: assomiglia piuttosto ad una regia di competenze diffuse.
Spesso il capo commessa coordina una staffetta di attori (lamieristi, verniciatori, meccanici, tappezzieri, elettrauto): non un lavoro solitario, dunque, ma un intero cast di laboratori che collaborano.
È fra questi banchi che la mitologia si lascia smontare, pezzo dopo pezzo, e torna materia. Vista così, fatta di mani, attrezzature, scampoli e semilavorati, diventa impossibile ignorare che è questa dimensione terrena a reggere l’intero sistema.

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Rétromobile III Paradiso
Rétromobile V Post Scriptum
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Testo e fotografie di Mirko Yuri Landena by mezzi_mezzi_

